Le fotografie dell’estate hanno qualcosa di speciale.
Forse perché le realizziamo in un tempo diverso da quello abituale: un tempo che si dilata, che rallenta, che lascia spazio a ciò che durante il resto dell’anno rimane spesso in secondo piano.
Che sia di pochi giorni o di settimane intere, per tutti la vacanza estiva è una parentesi nella quale gli impegni si allentano e le passioni tornano a occupare il posto che meritano.
L’estate è la stagione delle immagini per eccellenza.
Fotografiamo i nuovi luoghi che scopriamo, i tramonti sul mare, le albe che ci sorprendono, le tavole imbandite, le passeggiate, le risate degli amici, i dettagli che attirano il nostro sguardo e che desideriamo conservare.
Accumuliamo fotografie perché desideriamo trattenere qualcosa che ci ha emozionato.
Eppure, quando torniamo a casa e riguardiamo quelle immagini, può capitare di provare una sensazione inattesa: qualcosa manca, qualcosa non è andato come immaginavamo.
La fotografia non restituisce la bellezza che avevamo davanti agli occhi, non racconta l’atmosfera di quella serata, non trasmette la gioia condivisa con le persone che erano accanto a noi.
L’emozione che avevamo vissuto sembra essersi dissolta nel passaggio tra l’esperienza e la sua rappresentazione: questa è una sensazione più comune di quanto si possa immaginare.
Il problema non è la qualità tecnica della fotografia, ma nel passaggio tra ciò che vediamo e ciò che fotografiamo siamo diventati molto veloci: vediamo qualcosa e scattiamo, passando immediatamente all’esperienza successiva.
Raramente ci concediamo il tempo di scegliere.
Michelangelo sosteneva che la scultura era già presente all’interno del blocco di marmo e che il compito dell’artista consistesse nel togliere il superfluo.
Credo che la fotografia funzioni spesso nello stesso modo.
Il nostro lavoro di fotografi non consiste nell’aggiungere dettagli alle immagini ma nel capire che cosa lasciare fuori, che cosa non appartiene alla storia che stiamo vivendo, cosa distrae l’attenzione da ciò che per noi è veramente importante.
Se ogni tanto capita di riguardare le proprie immagini e di percepire una distanza tra ciò che si è vissuto e ciò che si è fotografato, allora forse vale la pena fermarsi un momento e interrogarsi.
L’estate può essere il momento ideale per farlo: abbiamo più tempo e siamo più rilassati.
Oggi fotografare è semplice, accessibile e democratico come mai era accaduto prima; la tecnologia ha abbattuto costi e difficoltà tecniche, permettendo a chiunque di utilizzare il linguaggio fotografico.
Proprio perché tutti possono fotografare, chi desidera qualcosa di più deve iniziare a percorrere una strada diversa fatta di attenzione, di lentezza, di presenza.
Prima di scattare, può essere utile: concedersi qualche istante per osservare davvero ciò che abbiamo davanti, lasciare che il luogo ci parli, accorgerci della luce, delle forme, delle relazioni tra le persone, delle emozioni che stanno attraversando quel momento.
In altre parole vi invito ad abitare l’esperienza prima di fotografarla.
Solo dopo arriva lo scatto.
A quel punto la domanda non è più “che cosa sto vedendo?”, ma “che cosa mi sta colpendo davvero?”.
Su quale elemento desidero concentrare la mia attenzione?
Che cosa racconta meglio l’emozione che sto vivendo?
È in questo passaggio che la fotografia smette di essere una semplice registrazione della realtà e diventa un linguaggio personale.
E’ proprio qui che si incontra uno dei principi più importanti della fotografia terapeutica.
Una fotografia che non nasce soltanto per mostrare qualcosa agli altri, ma che parte da noi stessi.
Una fotografia che ci invita ad ascoltarci, a osservare ciò che ci emoziona, ciò che attira il nostro sguardo e ciò che merita di essere custodito.
Non si tratta di fotografare di più, ma di fotografare con maggiore consapevolezza proiettando il nostro mondo interiore sulla realtà che abbiamo scelto di osservare.
Occorre lasciare che le immagini raccontino non soltanto il luogo in cui siamo stati, ma anche la persona che eravamo mentre lo attraversavamo.
Forse è proprio questo il regalo più prezioso che la fotografia può offrirci durante l’estate: la possibilità di rallentare, osservare e costruire un dialogo autentico con noi stessi.
Perché alcune fotografie non servono a ricordare un viaggio, ma a ricordarci chi siamo stati mentre lo vivevamo.
