Viaggio verso il luogo in cui la fotografia abita il mondo e ci abita
È fine giugno e sto per partire per Arles, per immergermi nella settimana inaugurale dei Rencontres, un festival che per me non è semplicemente un appuntamento in calendario, ma una geografia dell’anima.
Siamo arrivati alla 57esima edizione: cinquantasei anni in cui quel piccolo angolo di Provenza si trasforma, per qualche settimana, nel centro esatto dell’universo visivo.
Il programma, che andrà dal 6 luglio al 4 ottobre 2026, si concentra sulla rilettura delle geografie e delle storie del nostro tempo, ponendo particolare enfasi sul Mediterraneo, il continente africano e le narrazioni marginali.
Questa edizione è curata da Christoph Wiesner ed esplora le attuali prospettive della fotografia, attesta le capacità di questo mezzo e l’importanza della visione del fotografo, testimone del mondo che lo circonda.
C’è una sacralità laica in questo posto che mi emoziona profondamente.
Se ci pensate, è qui che è cambiata la storia di molti: Luigi Ghirri deve forse l’inizio del suo riconoscimento internazionale proprio a un incontro ad Arles, quando si aggirava tra quelle strade con la sua cartellina di foto sottobraccio, stringendo un dialogo con un gallerista che avrebbe cambiato tutto. Pensare a quella cartellina mi emoziona.
Mi fa pensare che ad Arles si muova la fotografia quella importante, quella che ha il coraggio e la forza di raccontare il mondo che stiamo abitando, con le sue ferite, le sue contraddizioni e le sue improvvise accensioni di bellezza.
In quei giorni Arles non ospita la fotografia ma diventa fotografia: ogni angolo, ogni chiesa sconsacrata, ogni baretto, ogni possibile luogo chiuso o aperto è abitato dalle immagini.
Ci sono le grandi mostre istituzionali e le piccole esposizioni indipendenti del circuito Off; ci sono le presentazioni dei libri, i talk, persino gli spettacoli teatrali capaci di dare corpo e voce alle storie della fotografia.
Poi c’è la vita che accade tra un sagrato e un tavolo all’aperto, dove anche la comunità italiana e internazionale si ritrova, si contamina, si siede a bere qualcosa insieme, perché la fotografia è anche l’incontro e lo scambio che avviene un attimo dopo aver guardato un’immagine.
Quest’anno ho un desiderio preciso: voglio andare a dare un’occhiata alle letture portfolio del circuito Off e voglio guardare gli altri lettori, studiare come si muovono, come approcciano i fotografi, come riescono a entrare in risonanza con la vulnerabilità e la bellezza di chi sta mostrando la propria opera. C’è un’immensa responsabilità in quel momento di scambio.
Lo dico sinceramente, ci vado con il desiderio profondo di fare rete, di tessere fili, di stringere mani che si muovono sulla mia stessa lunghezza d’onda.
Quando tornerò, questo spazio si riempirà di quello che avrò visto: vi racconterò gli autori che mi avranno emozionato, quelli che, a mio avviso, avranno toccato quelle corde profonde che hanno a che fare con la fotografia terapeutica, con la cura dello sguardo e la scoperta di sé, vi porterò le domande e i temi su cui, secondo me, dovremmo continuare a discutere, come comunità visiva e come esseri umani. Ci leggiamo al mio ritorno, con gli occhi pieni di luce e di storie.
